La storia

La Storia - Consorzio Vino Chianti

È in verità impressionante il constatare che, per due volte nel VII secolo a.C. e nel XV d.C., pressoché la stessa regione dell’Italia centrale, l’Etruria antica e la Toscana moderna, sia stata il focolaio determinante della civiltà italiana.” Jacques Heurgon, storico.

Origine etimologica

Molte dispute si sono accese per stabilire quanti anni abbia il Chianti, compresa quella del significato del suo nome: per alcuni significa “battito di ali” o “clamore e suoni di corni” oppure è più semplicemente l’estensione topografica della parola etrusca “Clante”, nome personale, frequente nell’onomastica di quel popolo.

Nei documenti dell’archivio Datini (1383-1410) di Prato, viene usato per la prima volta il termine “Chianti” per designare un tipo speciale di vino. Nonostante le rare apparizioni medievali della parola, la denominazione di questo vino è restata a lungo riferita al nome di “vermiglio” o a quello di “vino di Firenze”. Solo nel seicento, con l’intensificarsi dello smercio e delle esportazioni, il nome della regione verrà universalmente riconosciuto anche per il celebre prodotto di questo territorio.

Profonde, antiche radici

Per tracciare la storia della vite e del vino in Toscana bisogna tornare indietro all’epoca degli Etruschi, raffinata civiltà che già nel VI secolo a.C. coltivava la vite maritandola ad alberi e sperimentava i primi rudimenti di enologia, come testimoniano alcuni vasi attici ritrovati sul territorio.

La civiltà etrusca fiorì a partire dal VIII secolo a.C. e fu definitivamente inglobata nella Romana al termine del I secolo a.C.

La prima viticoltura in verità apparve in Italia in precedenza, a sud della penisola, nelle colonie della cosiddetta Magna Grecia, ad opera dei greci migranti che s’insediarono in luoghi allora scarsamente abitati.

Il vino che gli etruschi ereditarono dai greci, era un vino piuttosto rozzo, proveniente da piante selvatiche dette “labrusche”. In origine infatti, secondo l’ancora rudimentale tradizione ellenica, si raccoglievano e fermentavano grappoli selvatici che nascevano spontaneamente ai margini dei campi.

Gli Etruschi furono i primi a sperimentare e sviluppare una diversa viticultura, con alcune significative innovazioni, come una maggiore scelta delle uve o l’allevamento a tutore vivo (vite maritata) in contrapposizione al “paletto” o tutore morto, di uso filogreco.

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Il vino come agricoltura

Nel V sec. a.C., Sofocle, tra i maggiori drammaturghi greci, definì l’Italia “terra prediletta dal Dio Bacco”. 

I Romani appresero i segreti dagli etruschi, greci e cartaginesi, ed impararono a costruire le prime aziende agricole razionali e capaci di produrre, con senso del commercio e grandi guadagni; iniziarono rotte commerciali del vino in tutto il Mediterraneo e diffusero la produzione in tutte le province dell’Impero.

Nel “De re rustica” di Columella (65 d.C.), primo vero manuale di viticoltura ed enologia e riferimento fondamentale fino al Rinascimento, si delinea già il concetto di “sistema vigneto”: da i terreni più adatti ai vari vitigni, le talee per la riproduzione, all’impianto di allevamento e potatura della vite.

Nella società romana, il vino era parte essenziale di ogni banchetto. Per lo più diluito con acqua calda o fredda, secondo i gusti e la stagione, abbondava tra i brindisi e le libagioni, anche se berlo puro non era considerato di buon gusto. Il vino migliore veniva invecchiato, in soffitta o al sole, mentre i prodotti meno pregiati, venivano sofisticati con sale, acqua marina concentrata, resina e gesso, o a volte corretto con miele o aromi. Nascono gli haustores, i “sommeliers” dell’epoca, che decantavano e classificavano i vini in molti variopinti modi.

Il Medioevo

La coltura vinicola proseguì generosa durante l’Impero Romano e sopravvisse anche dopo le devastazioni barbariche, grazie all’impegno dei Monaci Benedettini e Vallombrosani che furono i custodi dei segreti del vino durante vari secoli e che mantennero vive le tradizioni fino ad allora esistenti.

A partire dall’anno mille si diffuse ovunque, sia nelle terre dei monaci sia in quelle del clero secolare e dei signori laici, la coltura specializzata della vite, che veniva allevata in forme basse a filari.

Nel Medioevo, la vocazione vinicola della Toscana, è eloquente: già nel XII sec., sul lascito del sapere monastico, casati i cui nomi sarebbero rimasti nella storia del vino, inauguravano la loro produzione vinicola. Nascono i Comuni, le Banche, le Arti, e la strada della viticultura s’intreccia con quella del potere politico, del prestigio e del commercio. A Firenze brulicano le osterie e celle vinarie, e l’Arte dei Vinattieri, la più importante tra le cosiddette Arti Minori, consolida il suo rango.

I precursori del Chianti, venivano allora denominati “vino rutilante” o “vermiglio” (se rosso), o “vernaccia” (se bianco): documenti notarili del 1398 descrivono il Chianti come un vino bianco!

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Il Rinascimento

Il definitivo grande sviluppo del settore in Toscana però, si è avuto con l’avvento della famiglia de’ iMedici. Già mercanti e banchieri, fecero del vino merce e simbolo carismatico e si narra che il vino preferito dalla stirpe fosse proprio quello prodotto nella zona del Chianti. Già nel tardo 1400, Lorenzo de’ Medici, nel Simposio e nella Canzone di Bacco, illustra un clima popolaresco, dove il vino è l’essenza di un teatro di arguzie e banalità, al limite grottesco. Il legame che lega la dinastia medicea con la scienza enologica è molto stretto, tanto che non a caso, rifacendo nel 1500 il duecentesco Palazzo Vecchio, in onore a questo sodalizio, le colonne del cortile furono adornate di pampani, tralci ed uve.

Nel settembre 1716, Cosimo III de’ Medici allora granduca di Toscana, segna la svolta verso il concetto di denominazioni e disciplina del vino con l’emanazione del cosiddetto “Bando”, il primo documento disciplinare di vino al mondo, che stabiliva e legiferava provvedimenti volti a regolare la produzione, la vendita, e il nome, dentro e fuori “li Stati di Sua Altezza Reale”. Si definirono anche i confini delle varie zone, ed in particolare di quattro vini regionali: Chianti, Pomino, Carmignano e Val d’Arno di Sopra.

Nacquero le prime congregazioni di vigilanza, e l’editto granducale applicò pene severe per tutti i casi di contraffazione e di traffico clandestino, anticipando la disciplina per i luoghi di origine, preludio all’odierna denominazione controllata e garantita.

La quadratura del cerchio

Nella seconda metà del Settecento, l’allora neonata Accademia dei Georgofili di Firenze iniziava a sperimentare la mescolanza tra diversi tipi di vitigni, individuandone le caratteristiche prima di procedere alla vinificazione e, circa un secolo dopo, l’Università di Pisa conduceva studi specifici sull’acidità totale del vino, che viziava gli allora immediati precursori del vino Chianti moderno.

In quegli anni di grande ricerca, un personaggio su tutti segnò la storia contemporanea del vino toscano: Bettino Ricasoli. Il “Barone di ferro”, grande personaggio politico dell’epoca, dedicò la sua vita anche alla viticultura, con un instancabile spirito di sperimentazione e carismatica disciplina che applicava personalmente ai propri vini. Esigeva ad esempio, la separazione dei raspi dalle vinacce, la fermentazione in vasi chiusi e una svinatura rapida seguita dal “governo all’uso toscano”; testava la tenuta dei vini alla navigazione, allora principale mezzo per l’esportazione, spedendoli agli angoli più remoti del mondo per anni; pungolava e sottolineava l’importanza dei primi rudimenti di marketing del prodotto Chianti, che ebbe un boom di notorietà e domanda estera di mercato quasi triplicata intorno al 1890. Seppur soddisfatto della qualità raggiunta dai suoi vini del Castello di Brolio, vermigli, fragranti e resistenti, era piuttosto afflitto dal più ricorrente difetto, ovvero un’eccessiva acidità al palato, che lo portò ad intensificare i suoi rapporti personali col Prof. Cesare Studiati del già menzionato Ateneo di Pisa, perito in materia di chimica del vino. Quasi tre decenni di assennata e instancabile ricerca dopo, l’intuizione.

Nel 1872, il Barone fissava in una lettera al Prof. Studiati, la prima formula del suo Chianti:

“…il vino riceve dal Sangioveto la dose principale del suo profumo e una certa vigoria di sensazione; dal Canajolo l’amabilità che tempra la durezza del primo senza togliergli nulla del suo profumo, per esserne pur esso dotato; la Malvagia tende a diluire il prodotto delle prime due uve, ne accresce il sapore e lo rende più leggero e più prontamente adoprabile all’uso della tavola quotidiana”.

Si arrivò dunque a definire ufficialmente l’uvaggio del primo Chianti “moderno”, già esportato ed apprezzato nelle tavole del mondo, al quale si sarebbe ispirato oltre un secolo dopo il disciplinare D.O.C.G. del 1984.

Tempi moderni

Negli anni venti, anche grazie ad un fortuito vantaggio commerciale dovuto al ritardo con cui l’incubo della fillossera della vite attaccò l’Italia rispetto ad altri paesi concorrenti, il Chianti era indubbiamente il vino rosso italiano più conosciuto del mondo. La sua immagine di vino tradizionale quotidiano, da tavola, spesso sotto forma di contenitore “fiasco”, accattivava i palati dei consumatori, specie di quelli americani che si resero fin subito forti clienti per la denominazione. Il termine Chianti rappresenta adesso, assieme alle tradizioni culturali secolari, alla storia, alla letteratura, alla gastronomia, alla popolazione, non solo un grande vino, ma anche l’icona di un sistema socio-economico più complesso.

Nel 1932, con Decreto Ministeriale, vengono perfezionate ed integrate le zone di produzione del Chianti che ricadono nelle province di Firenze, Siena, Arezzo, Pistoia e Pisa.

Nel 1967, in pieno boom industriale del secondo dopoguerra il vino Chianti ottenne il riconoscimento come Denominazione di Origine Controllata.

Nel 1984, grazie al lavoro sapiente dei produttori vitivinicoli ed all’attiva industria collaterale di settore, si crearono le condizioni affinché il vino Chianti ottenesse finalmente il riconoscimento, come vino Denominazione di Origine Controllata e Garantita.

Nel 1996 si aggiunge la categoria di prodotto “Superiore” alle già esistenti “Annata” e “Riserva”. Nello stesso anno, viene riconosciuta la D.O.C. Vin Santo del Chianti, segnando così una tappa importante per la salvaguardia di questo prodotto tanto rappresentativo quanto trascurato nel passato, per il quale il Consorzio si è lungamente battuto.

Nel 1997 si aggiunge la settima sottozona di produzione Chianti Montespertoli D.O.C.G.

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